Il venditore di un’immobile chiedeva al Tribunale di Palermo la risoluzione di un contratto preliminare di compravendita per inadempimento dei promissari acquirenti che si erano rifiutati di stipulare il contratto definitivo.
I convenuti, tuttavia, si opponevano all’avversa domanda, sostenendo che il suddetto rifiuto era dovuto alla mancata consegna, da parte del venditore, del certificato di agibilità dell’immobile.
Tuttavia, i promissari acquirenti risultavano soccombenti in secondo grado, nonostante il Tribunale di Palermo avesse rigettato la domanda attorea.
Pertanto, questi ultimi ricorrevano per Cassazione sostenendo che la Corte Territoriale avesse violato gli artt. 1453, 1460, 1477, comma 3, 1490, commi 1 e 2, 2932 c.c.; rilevavano, infatti, che la consegna del certificato di agibilità doveva ritenersi prestazione essenziale del promittente venditore.
La Suprema Corte, con sentenza n. 2438/16, accoglieva il ricorso, affermando che “l'obbligo di consegnare il certificato di agibilità grava ex lege sul venditore, in base all'art. 1477, terzo comma, cod. civ., e a ciò consegue che il rifiuto del promissario acquirente di stipulare la compravendita definitiva di un immobile privo dei certificati di abitabilità o di agibilità e di conformità alla concessione edilizia, pur se il mancato rilascio dipende da inerzia del Comune — nei cui confronti peraltro è obbligato ad attivarsi il promittente venditore - è giustificato, poiché l'acquirente ha interesse ad ottenere la proprietà di un immobile idoneo ad assolvere la funzione economico-sociale e a soddisfare i bisogni che inducono all'acquisto, e cioè la fruibilità e la commerciabilità del bene”.
La ratio di tale pronuncia si fonda sul presupposto che la consegna del certificato di abitabilità dell'immobile oggetto del contratto, ove questo sia un appartamento da adibire ad abitazione, pur non costituendo di per sé condizione di validità della compravendita, integra un'obbligazione incombente sul venditore ai sensi dell'art. 1477 cod. civ., attenendo ad un requisito essenziale della cosa venduta, in quanto incide sulla possibilità di adibire legittimamente la stessa all'uso contrattualmente previsto.
Orbene, in assenza di contrarie indicazioni ricavabili dal titolo di provenienza del ricorrente (e dei suoi danti causa), la valutazione circa la natura comune ex art. 1117 c.c., del sottotetto, ancorchè effettuata ai soli fini della tutela possessoria, deve ritenersi avvenuta conformemente ai principi costantemente affermati da questa Corte.
In tal senso si veda Cassazione civile sez. 6^ 19/02/2013 n. 4083, secondo cui l'appartenenza del sottotetto di un edificio va determinata in base al titolo, in mancanza o nel silenzio del quale, non essendo esso compreso nel novero delle parti comuni dell'edificio essenziali per la sua esistenza o necessarie all'uso comune, la presunzione di comunione ex art. 1117 c.c., è, in ogni caso, applicabile nel caso in cui il vano, per le sue caratteristiche strutturali e funzionali, risulti oggettivamente destinato all'uso comune oppure all'esercizio di un servizio di interesse condominiale, quando tale presunzione non sia superata dalla prova della proprietà esclusiva (conformi Cassazione civile sez. 2^ 29/12/2004 n. 24147”.
Con la sentenza n. 233/2016, la Corte di Cassazione afferma il principio secondo cui, in mancanza di titoli di proprietà esclusiva di un singolo condomino, il sottotetto connotato di determinate caratteristiche strutturali e funzionali si presume di proprietà dell’intero condominio.
Il caso trae origine dalla decisione del proprietario di un appartamento sito all’ultimo piano di procedere a lavori di ristrutturazione sia della propria abitazione, sia del sottotetto, nella convinzione di essere proprietario anche di quest’ultima porzione dell’edificio, provocando l’azione giudiziale degli altri condomini volta ad ottenere la reintegra nel possesso.
Il Giudice di primo grado e la Corte d’Appello accolgono la domanda del condominio, affermando, tra l’altro, che il sottotetto sarebbe non di esclusiva proprietà del soggetto convenuto per una serie di ulteriori ragioni: il sottotetto sarebbe composto da un locale unico, privo di divisioni interne corrispondenti a quelle dell'appartamento sottostante; al sottotetto sarebbe possibile accedere attraverso una scala condominiale; la presenza di alcuni impianti certamente condominiali quali, per esempio, gli esalatori della fogna e le canne fumarie.
Dalla pronuncia giurisprudenziale in esame discende che, la modifica di una parte comune di un edificio e la sua destinazione al godimento esclusivo del singolo condomino rappresentano un vero e proprio spossessamento a discapito degli altri comproprietari. Pertanto, ben possono questi ultimi agire legittimamente in giudizio per ottenere la reintegra nel possesso.
A. MORELLI, The Elective Judiciary: an analysis of the U.S. legal system between law and politics, in Codigo Libre, Law Review of Universidad Autonoma de Mexico, Aguascalientes, December.
“Liberty would have everything to fear from [the Judiciary’s] union with the legislature or the executive.” - A. Hamilton - [1]
The system of selecting judges based on election is a very peculiar model and there is no doubt that may be incomprehensible to the rest of the world, as well as the adoption of a different metric system. [2] Indeed it is a recruitment mechanism that exposes single judges to be strongly influenced by the popularity lever: "Judges are surely disliked by at least 50 percent of the litigants who appear before them." [3]
However, the U.S. doctrine is mostly in favor of this modus eligiendi and firmly asserts that a negative opinion should not be given so fast, since all models have their own problems.
The selection model based on election is by its nature the one that most creates an osmosis between the political and judicial spheres. Nevertheless, in the light of the administration of justice in favor of the citizens, transparency becomes the strongest key factor. The problem arises, however, among the fallacy of the difference between “democracy” and “majoritarianism”, a problem already expressed at the political level by Dworkin’s philosophical doctrine. [4] Therefore a system permeated by information is necessary in order to create the basis for a coherent and useful instrument in the hands of voters.
The model at scrutiny proposes a judge as a politician of law, a candidate who knows how to captivate the voters, preferring a justice system administered for the society, rather than crystallized in the legal technique. It leaves to the voters in primis the possibility to assay the judicial independence level and on this basis to express a preference at the election time. Therefore there is no doubt that transparency is the essence that permits a coherent and well functioning model, administered for the society, in a perennial respect of the checks and balances mechanism enshrined in the U.S. Constitution.
[1] Cit. A. HAMILTON, The Federalist Papers, n. 78.
[2] Cfr. HANS A. LINDE (former Justice of the Oregon Supreme Court) in a symposium about judge’s selection in 1998: "To the rest of the world, American adherence to judicial elections is as incomprehensible as our rejection of the metric system", cit. in A. LIPTAK, Rendering Justice, with one eye on re-election, in The New York Times, May 24, 2008.
[3] Stevens, J., dissenting, Supreme Court of he United States, REPUBLICAN PARTY OF MINN. V. WHITE (01-521) 536 U.S. 765 (2002), 247 F.3d 854, reversed and remanded.
[4] R. DWORKIN, Sovereign Virtue: The Theory and Practice of Equality, Harvard University Press, 2002, P. 212 e ss.
Una sentenza di condanna ex art. 187, c. 1, 1 bis del D. Lgs 285/92, in caso di incidente stradale causato da guida sotto effetto di stupefacenti, può essere emessa solo se, oltre alla presenza di droga nell’organismo dell’imputato, si accerti e si provi altresì il suo stato di alterazione psicofisica nel momento in cui è accaduto l’evento. Infatti, le tracce di sostanze stupefacenti permangono nell’organismo anche per i mesi successivi all’assunzione delle medesime, nonostante gli effetti possano terminare nel giro di qualche ora.
A tale conclusione è giunta la Cassazione con la sentenza n. 3623/2016, secondo cui “La condotta tipica del reato previsto dall'art. 187, commi primo e secondo, codice della strada non è quella di chi guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti, bensì quella di colui che guida in stato d'alterazione psico-fisica determinato da tale assunzione e pertanto, perché possa affermarsi la responsabilità dell'agente non è sufficiente provare che, precedentemente al momento in cui lo stesso si è posto alla guida, egli abbia assunto stupefacenti, ma altresì che egli guidava in stato di alterazione causato da tale assunzione.”
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